UNA TRADIZIONE DI CUI SIAMO ORGOGLIOSI

L'Iris o Giaggiolo (o addirittura - impropriamente - Giglio), come comunemente viene chiamato a Firenze e nei suoi dintorni, oltre ad essere il fiore simbolo del capoluogo toscano e delle colline che lo circondano, è conosciuto ed apprezzato fin dall'antichità per le proprietà dei suoi bulbi (rizomi) essiccati. Sia in campo medico che, soprattutto, in quello cosmetico il Giaggiolo è stato usato per secoli in preparazioni di vario tipo: contro la tosse, contro il morso della vipera e addirittura contro la depressione; per i profumi come per le ciprie, i saponi e i coloranti.

Botanica

Dal punto di vista botanico l'Iris appartiene alla famiglia delle Iridacee (come il Crocus sativus o Zafferano) mentre il Giglio, che a Firenze spesso è sinonimo di Iris e Giaggiolo, appartiene a quella delle Liliacee (Foto 1).



1- Fiori di iris.


Tra le numerosissime varietà di Iris che esistono in natura o come risultato di ibridazioni, quella che più è caratteristica delle nostre colline e che per le sue proprietà è stata coltivata e raccolta per gli usi detti, è l'Iris pallida, dai colori tenui e morbidamente tendenti al rosa violaceo (Foto 2).


2- Iris pallida.


Il rizoma di questa varietà di Iris è il più ricco di essenza e manifesta un soave e persistente profumo di violetta, tanto da essere conosciuto anche con la definizione di “radice di violetta”: il profumo non è avvertibile nei rizomi freschi, ma solo in quelli “lavorati” (ripuliti da barbe e buccia) ed essiccati. (Foto 3)

Storia

La coltivazione per scopi commerciali iniziò a metà dell'Ottocento e raggiunse presto notevoli quantitativi di produzione, grazie alla costante domanda da parte di aziende francesi e del nord Europa. Tale coltivazione si è poi drasticamente ridotta a causa della concorrenza di prodotti di sintesi che svolgono la stessa funzione (o quasi) a costi notevolmente inferiori. Al Giaggiolo è rimasta così solo la sua funzione ornamentale e l'interesse botanico di molti appassionati coltivatori. Soltanto di recente si è notato un nuovo interesse intorno al Giaggiolo per gli usi per i quali era conosciuto e che lo avevano reso una importante voce dell'economia chiantigiana. Conosciuto fin dall'antichità e presente da tempo immemorabile sul territorio di Firenze e del Chianti, detto anche 'orchidea dei poveri' e caro a poeti e stornellatori, deve il suo nome (Iris) ad una dea greca: Iride, figlia di Taumante e di Elettra, alla quale i Greci attribuivano il fenomeno dell’arcobaleno.
A Firenze, in forma stilizzata e col nome improprio di “giglio”, divenne fin dal Medio Evo stemma comunale: il fiore bianco su campo rosso fu inizialmente l’emblema di tutta Firenze, sia guelfa che ghibellina, ma a partire dal 1251 i ghibellini (allontanati dalla città dalla vittoriosa fazione avversa) continuarono la lotta sotto emblema, mentre i guelfi, per distinguersi, invertirono i colori e passarono al giglio rosso in campo argento, tutt’ora in uso. (Foto 4)



4- "Con queste genti vid’io glorioso - e giusto il popol suo, tanto che il giglio - non era ad asta mai posto a ritroso né per division fatto vermiglio…" Cit. Dante Alighieri - La Divina Commedia - XVI canto del Paradiso.


Molti secoli dopo, alla metà dell'Ottocento, inizia la prima coltivazione e lavorazione razionale del Giaggiolo: un lungimirante colono di San Polo, frazione di Greve in Chianti, iniziò un’avventura che è giunta fino ai giorni nostri.
Adriano Piazzesi (insieme al figlio Attilio) intuì l’importanza che avrebbero potuto avere le proprietà medicamentose del rizoma del Giaggiolo, e soprattutto le sue possibilità di sfruttamento per la preparazione dei profumi.
Nacque quindi una vera e propria industria che coinvolse ben presto i mezzadri della vallata di San Polo, poi di Greve in Chianti, per poi espandersi fino a Pontassieve, Fiesole, Incisa Valdarno, Bagno a Ripoli. Nacque la nuova figura del “sodaiolo” (nel Chianti si dicono “sodi” le terre non ancora dissodate), piccolo proprietario o affittuario di un appezzamento di terreno che lavora insieme alla famiglia nei brevi periodi dell’anno nei quali la coltura del Giaggiolo lo richiede. La coltivazione del Giaggiolo assume una portata sociale di notevole importanza poiché contribuisce ad assicurare sussistenza, oltre che ai mezzadri, anche alle famiglie dei cosiddetti “pigionali”, operai salariati e artigiani che popolano queste colline. All’inizio del Novecento il prodotto secco annuo poteva raggiungere anche i 15.000 quintali (su una superficie coltivata di circa 600 ettari) e gran parte del prodotto era esportata in Francia, ma anche in Germania, Stati Uniti, Svizzera e Inghilterra (la sola città francese di Grasse richiedeva ogni anno centinaia di quintali di rizomi, utilizzati in prevalenza come fissanti per i profumi).

La lavorazione tradizionale

La coltivazione del Giaggiolo ben si integra con le altre coltivazioni tipiche delle colline del Chianti (vite e olivo) poiché ad essa vengono destinate le “prode” (estremità) dei campi terrazzati oppure le cosiddette “piagge” (appezzamenti boschivi), i “galestri” e gli “alberesi” (Foto 5).

Da tutta una serie di ritagli di terreno altrimenti non sfruttabili il Giaggiolo (come anche la vite) dà un prodotto estremamente pregiato, tanto più se coltivato in terreno magro, arido e sassoso. Non si utilizzano concimi o fertilizzanti per la coltivazione, poiché si otterrebbe un effetto negativo: soltanto sole, vento, pioggia e galestro. (Foto 6)

In autunno si piantano le “barbatelle” messe da parte all’epoca della raccolta (Foto 7).

Due brevi sarchiature si rendono necessarie in aprile e settembre per liberare le piantine dalle erbacce (Foto 8).

Dopo tre anni (il tempo occorrente affinché i rizomi crescano grossi e compatti), fra luglio e agosto, finalmente avviene la raccolta (Foto 9).

La raccolta inizia al mattino presto: alle prime luci dell’alba la zappa libera le radici del Giaggiolo che vengono poi ripulite dalle barbe o “sbarbucciate” (Foto 10).

I rizomi vengono poi gettati a rinvenire in grosse conche piene d’acqua, ulteriormente puliti e poi affidati alle “mondatrici”, che già alla fine della mattinata iniziano un’ulteriore fase di lavorazione che consiste nel liberare, con il roncolo a manico fisso, le radici del Giaggiolo dalla buccia e dagli “occhi” (residui delle barbe). Le mani esperte, abili e veloci di donne, uomini e ragazzi lavorano fra una chiacchiera e l’altra mentre le stuoie esposte al sole si riempiono di radici di Giaggiolo per l’ultima operazione, l’essiccazione (Foto 11 e 12).


3- Gionni Pruneti intento ad insaccare i rizomi lavorati ed essiccati.




5- Il colore dei giaggioli in cima ad un campo.




6- Un “sodo” destinato alla coltivazione del giaggiolo.




7- Piantagione manuale delle barbatelle.




8- Sarchiatura manuale.




9- Dettaglio di un rizoma da “sbarbucciare.




10- Rimozione delle barbe con il roncolino.




11- Giaggiolo in essiccazione al sole.




12-Giaggiolo in essiccazione al sole.